QUEL GIORNO DI LUGLIO DI TANTI ANNI FA
Scrivo quando siamo tornati a + 7 sulla Juve e mi appresto a tifare Inter stasera come se facessi parte dei BOYS, nella consapevolezza che comunque alla fine manterremo un saldo vantaggio sui bianconeri. Nel frattempo però la mia mente vola al passato, ad un episodio cui ho già accennato qualche tempo fa sempre in questa pagina.        
Il 5 luglio 1982 avevo poco più di sedici anni e mi trovavo in una piccola pensione in quel di Chiusi della Verna, nell'appennino toscano, in provincia di Arezzo: mi pare si chiamasse “BELLAVISTA”, come nemmeno nel più fesso dei film che escono in estate e ambientati nei luoghi di vacanza...
Rimandato ahimè in latino e matematica, studiavo come uno scemo e mio padre mi aveva chiesto di accompagnarlo: ufficiale d'artiglieria, doveva andare lì per qualche giorno per esaminare i luoghi, in preparazione delle esercitazioni a fuoco che si sarebbero fatte un paio di mesi dopo.

Quel pomeriggio, nella piccola saletta del bar ci apprestavamo ad assistere ad Italia-Brasile, partita decisiva del Mundial spagnolo, con l'Italia condannata a vincere per forza per andare in semifinale. Il televisore era un vecchio 24 pollici MIVAR assiso su una sorta di trespolone di legno, ad un paio di metri d'altezza, e io e mio padre eravamo circondati da una trentina di persone, media d'età sui 60, 65 anni, e l'unica persona giovane a parte il barista, figlio del proprietario, era una ragazza carina poco più grande di me, che per non so quale motivo era capitata in quelle lande e che cercavo timidamente di avvicinare, con esiti veramente penosi...
Prima della partita non si facevano praticamente pronostici, l'esito era dato per scontato, c'era diffuso pessimismo in tutti, tifosi, giornalisti, esperti vari, l'Italia di Bearzot ormai si pensava fosse appagata dalla vittoria per 2-1 sui campioni uscenti dell'Argentina, mentre il Brasile di Oscar, Eder e Cerezo, Socrates e Falcao, impreziosito dall'arte sublima di Zico e con l'appoggio furente di due terzini assatanati quali Leandro e Junior appariva assolutamente inarrivabile, tanto che per molti la squadra di Telè Santana era (ed è) la più forte mai apparsa in assoluto (per me no, lo penso ancora adesso: era la squadra col centrocampo più forte mai visto, questo sì, ma scarsa in difesa, allucinante in porta con Valdir Peres e inconsistente in attacco con quella pippa di Serginho).

Eppure...Tutti voi che mi leggete sapete com'è andata a finire quella mitica tenzone.
Sin dagli inni iniziali si notava la concentrazione massima nelle facce dei nostri.
Un primo tempo al cardiopalmo lo dimostrò sin da subito.

Pronti via, il gol di Paolo Rossi di testa dopo pochi minuti, a coronare uno stupendo cross di Cabrini da sinistra. L'immediata, furente reazione del Brasile culminava nel pareggio solo sette, otto minuti dopo di Socrates, da pochi metri, sotto le gambe di Zoff, sul suo palo.
Era palpabile in quei momenti il timore in tutti dell'imbarcata perché gli azzurri facevano fatica, poi, però, ecco l'improvvisa, quasi immeritata rete del raddoppio, con ancora Rossi lesto a sfruttare il solito passaggio presuntuoso in orizzontale dei brasiliani, che almeno una volta a partita una cazzata la facevano...
Terminato il primo tempo, nell'aria si cominciava a respirare una vaga, quasi incredula speranziella, ma il Brasile era pur sempre il Brasile, ed alla ripresa i verdeoro si buttarono come matti, con noi a pungere in contropiede...

Azioni su azioni, da una parte e dall'altra, si soffriva tremendamente, poi, all'improvviso, l'Ottavo Re di Roma, Paulo Roberto Falcao, dai venti, venticinque metri, con una finta sbilanciava mezza difesa nostra e scaraventava la palla in porta, con Zoff vanamente proteso in tuffo.
Sembrava la fine, ormai...Mancavano circa venti minuti, i fantasmi dell'eliminazione si facevano concreti, eravamo stati in vantaggio due volte, eravamo quelli che più di tutti avevano spaventato l'invincibile armata sudamericana, eppure tutto questo non era servito...

“Questi qui ora ci fanno neri”, diceva il vecchio vicino a me, un tale con una mano offesa che era solito giocare a carte con una sorta di sostegno apposito. Io però ero stranamente tranquillo, perché quando Falcao aveva pareggiato mi era sovvenuto improvviso un pensiero apparentemente assurdo: anche un altro famoso giocatore che militava in Italia aveva fatto il gol del pareggio ai mondiali contro la nostra nazionale quando sembrava fatta: Schnellinger, in Italia-Germania Ovest 4-3, all'Azteca di Città del Messico...Avevamo vinto noi...Avremmo vinto anche stavolta.
Non è che andassi in giro col pensiero fisso su quel gol di dodici anni prima, tra una versione ed un esercizio sulle disequazioni: in realtà era una cosa che avevo visto poco prima del Mondiale, a casa mia, quando la RAI aveva mandato in onda le partite più famose della storia, e mi era ritornata chiarissima in testa subito dopo il gol di Falcao, il mio giocatore preferito (a distanza di anni lo posso confessare, la Roma di Liedholm è stata l'unica squadra che per un attimo mi ha fatto dubitare del mio Milan, ringrazio mio padre per avermi mantenuto milanista).
Così non fui del tutto sorpreso quando, su un calcio d'angolo strappato chissà come, con le unghie e  coi denti, la palla impazzita sbucata dal nulla in mezzo all'area piccola e toccata da mille gambe venne spinta in rete con la forza di un sospiro da quell'incredibile folletto di Paolo Rossi, per la terza volta...Proprio lui, che non giocava da due anni per l'infamia del primo calcioscommesse e che nelle prime partite del Mondiale era stato semplicemente un sesquipedale pippone...
Stupore, incredulità, tripudio...Segnava Antognoni in contropiede anche il quarto gol, ma l'arbitro (Rainea?) inspiegabilmente annullava, per un fuorigioco che non c'era: per cinque, lunghissimi minuti nessuno degli avventori presenti si accorse di nulla, tra risate, bevute e pacche sulle spalle, l'unico ad accorgersene fui io, che mi sgolavo inutilmente per dire “Non l'ha dato...NON L'HA DATO....NON L'HA DATOOOOOO!!!”

La partita non finiva più, Martellini (o era Pizzul? No, era Martellini...) scandiva penosamente i minuti che mancavano alla fine, il Brasile veniva su a ondate, noi ci difendevamo ma con ordine, stavolta, Bruno Conti era uno stantuffo inesauribile sulla fascia, Rossi ormai era entrato in quella splendida, magica trance agonistica che l'avrebbe sorretto fino alla finalissima, Scirea dava anima alla difesa e Zoff...
Be', Zoff all'ultimo minuto o quasi sigillava il punteggio finale di 3-2 bloccando saldamente la sfera con le sue manone a pochi centimetri dalla linea di porta, tra le proteste infondate dei verdeoro che dicevano che la palla era entrata. Ormai il Destino si era compiuto: finalmente l'arbitro fischiò la fine, dopo interminabili minuti di recupero. Il Brasile era eliminato. L'Italia era in semifinale con la Polonia.
E fu l'apoteosi.

Balli, canti, urla di giubilo proruppero improvvisamente da ogni dove lungo il piccolo borgo di Chiusi, mentre la gente usciva in strada affastellandosi attorno alla piccola piazzetta in centro.
Non mi ricordo se le campane del convento dei vicini Frati Francescani suonassero a distesa, chissà perché non lo troverei del tutto improbabile, tuttavia tre cose trattengo lucidamente di quei momenti di, posso dirlo?, piccola felicità...
Il bacio che riuscii a schioccare rigorosamente sulle guance di quella bella ragazza che mi piaceva tanto. E che non vidi più da allora.
Una vecchia cinquecento di colore indefinito ma bardata di tricolore che per quasi due ore fece il giro instancabile lungo quei due, trecento metri che componevano il perimetro della piazza del paese, nel lento trascolorare del crepuscolo estivo, in un piccolo carosello fatto in casa, tanto più piccolo rispetto a quelli che avvenivano contemporaneamente in tutte le città d'Italia...
E l'abbraccio che ci scambiammo io e mio padre al fischio finale.

P.S. Perché ho narrato quest'aneddoto?
Be', perché nel mondo dello sport, del calcio in particolare, l'attenzione, la voglia di combattere, il CUORE, valgono più della tecnica pura e dei nomi e possono far ottenere risultati al di là di ogni immaginazione: mai smettere di crederci, quando il Destino ti chiama all'impresa niente è impossibile, soprattutto se chi passa per sfavorito si chiama Italia. O Milan...
Ed ora ANDATE IN CAMPO E COMBATTETE!!!
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